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Home Biografia

Mi chiamo Anna Magnani. Sono nata a Roma il 7 marzo 1908 e non ad Alessandria d’Egitto, come qualcuno ha raccontato e continua a raccontare. Pensate che, persino su internet, ho trovato questa stupidaggine. Ho fatto il liceo. Per otto anni ho studiato pianoforte al Conservatorio. La musica ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuore. Ma poi ho frequentato la Reale Scuola di Recitazione “Eleonora Duse”, la futura Accademia d’Arte Drammatica. Eh, sì… faccio l’attrice. Non avrei potuto fare altro. Dopo due anni sono entrata nella Compagnia Nicodemi-Vergani. Col passare degli anni sono sempre più convinta che “per un attore la migliore scuola è il palcoscenico. Secondo me bisogna che colui il quale vuole diventare attore abbia il coraggio di fare il generico; di cominciare da «La signora è servita»; di esordire insomma dal gradino più basso. Questo tirocinio è utilissimo perché si compie davanti a un pubblico vero, a un pubblico che giudica senza riguardi“. Ho lavorato per anni in teatro, cominciando dai piccoli ruoli fino a diventare protagonista. E il teatro mi ha portato ovunque, anche al di là dell’oceano fino in Argentina a Buenos Ayres. Ero molto emozionata quando ho recitato al Teatro Odeòn. C’erano tanti italiani in platea. Recitare per me è stato la vita.


La Cieca di Sorrento è stato il mio primo film. Che emozione la prima volta davanti alla macchina da presa. Ho capito subito che il cinema mi piaceva. Anche se ancora non sapevo che mi avrebbe dato tante soddisfazioni. Ho sposato un regista, Goffredo Alessandrini, con lui ho fatto un solo film: La Sciantosa. Era il mio quarto film. E poi ho perso il conto… ne ho fatti tanti… e tranne qualcuno, e non vi dirò quale, li ho amati tutti. “Io per i registi autori sono scomodissima. Io non sono un’attrice che sta lì come un oggetto, che si lascia spostare come un bicchiere, che si fa adoperare come un burattino o un robot. Io non sono un’attrice cui si può dire soltanto «Guarda a destra, muovi il braccio, corri via, storci il naso». Io voglio essere cosciente di quello che faccio, voglio contribuire al mio personaggio.

Visconti sapeva benissimo di non potermi imbrigliare, costringere.” Mi ha fatto piacere leggere in una sua intervista che avevo un talento inventivo che nessuno ha mai avuto, cito le sue parole «la scena sul fiume con Walter Chiari è stata completamente inventata da lei… ed anche la scena del pianto, quando rimane sola con la bambina, nella piazza deserta, quell’aiuto, l’ha gridato lei, da sola».

Durante le riprese di Roma, città aperta “Con Rossellini lavorare era meraviglioso, parlavamo lo stesso linguaggio… non si provava, si girava. Lui sapeva che, preparatomi l’ambiente, io poi funzionavo. Durante l’azione del rastrellamento, quando sono uscita dal portone, all’improvviso ho rivisto le cose, sono ripiombata al tempo in cui per Roma portavano via i giovani, i ragazzi. Perché era popolo-popolo quello che stava addossato contro i muri. I tedeschi erano tedeschi-tedeschi presi da un campo di concentramento. Di colpo non sono stata più io. Ero personaggio, insomma. Eh, sì, Rossellini aveva preparato la strada in maniera veramente allucinante. Le donne erano pallide nel risentire i nazisti che parlavano tra di loro. Questo m’ha comunicato l’angoscia che ho reso sullo schermo. Terribile.

Io non sono una mestierante. Se uno mi dice: «Sei una vera professionista», io mi considero insultata. Fare l’attrice per mestiere è un’idea che non concepisco: che avvilimento, che squallore! Verso il lavoro non provo distacco, né logoramento, nessuna noia derivante dall’abitudine. Niente routine, niente faciloneria, niente compromessi, niente «ma lascia perdere, che ti frega, tira via, vada come va». No. Su un personaggio giusto io mi eccito, mi appassiono. Lo scopro a poco a poco. Lo creo nel mio cervello prima ancora che davanti alla macchina da presa, me ne impadronisco. Sempre, e senza stanchezze: da più di venticinque anni. Ma un personaggio che non amo non posso interpretarlo. Non ce la faccio.”

“La verità è che io funziono solo recitando personaggi realistici, veri, umani. Che io posso fare qualcosa nel cinema solo con i film realistici. E che per molti anni il cinema realistico è andato a farsi benedire, è passato di moda. Il realismo non si può mettere da parte: si possono cercare altre strade, tentare esperimenti diversi, addormentarlo per vent’anni. Ma a un certo punto torna fuori, non c’è niente da fare. Ormai il pubblico si è stufato di fregnacce: nel cinema come in tante altre cose. La gente si sveglia, si guarda intorno, e quel che vede non gli piace. Io di politica non mi interesso, perché penso che un attore debba mettere la propria arte al servizio di tutti. Però dal lato umano, come persona, mi interesso a tante cose. Trovo inconcepibile che la gente viva nelle baracche mentre ci sono soldi stagnanti con cui non vengono costruite le case. La gente ha ragione di chiedere, di pretendere una vita decorosa per tutti. Ha ragione di pensare che tutto è lento, che le strutture sono vecchie, che bisogna cambiare. Trent’anni fa al cinema si vedevano solo segretarie private, Scipioni africani, cornuti e telefoni bianchi: per portare sullo schermo l’Italia vera, quei poveri e quei disoccupati e quelle popolane che costituivano la più grande parte della cittadinanza, c’è voluta una catastrofe come la seconda guerra mondiale. Per fortuna oggi può bastare molto meno. Io di politica non mi occupo e non capisco nulla, ma mi sembra che ci sia oggi un’atmosfera nuova: e che questa atmosfera possa avere molta influenza sul cinema, riportarlo a rispecchiare la realtà del nostro paese.”

“Noi a Roma si lavorava d‘estro, d’improvvisazione, chiudi gli occhi e buttati: Hollywood marcia invece con ritmi ferrei di lavorazione, con sceneggiature rigide come binari…”

Ad aprile del 1953 sono partita per gli Stati Uniti per presentare Bellissima. Era la mia prima volta a New York. Mi aspettava una città sconosciuta e avevo il timore di affrontare un pubblico che pensavo mi conoscesse poco. Il soggiorno, invece, si rivelò carico di emozioni e sorprese. Tanto che adesso ve lo racconto tutto:

“Ero partita male dall’Italia: ero partita di malumore più delle altre volte. Io non amo viaggiare, non amo i bagagli, non amo le preoccupazioni che un viaggio ti dà. Nello stesso tempo vorrei vedere tutto il mondo. Non ho ancora trovato la maniera di conciliare queste due cose. Non amo lasciare casa mia, non amo mai lasciare Roma, perciò il mio umore era piuttosto grave, con l’aggiunta di un certo giustificato timore verso un Paese la cui sensibilità e maniera di pensare e di vivere erano a me completamente sconosciute. Dopo qualche giorno di navigazione in cui sembravo a me stessa e agli altri un animale preso dal centro della giungla e messo in un giardino di acclimatazione, presi il coraggio a quattro mani e mi dissi: «Anna così diventi matta». Mi scrollai di dosso tutto, mi vestii un po’ meglio del solito per farmi coraggio; mi feci bella quel tanto che mi è possibile esserlo e uscii dalla mia cabina. Il viaggio seguitò: il mare era buono, il commissario di bordo era un mio vecchio caro amico, Leo Pescarolo, con il quale avevo fatto il mio primo viaggio in Argentina nel mio primo anno d’arte nella Compagnia di Vera Vergani, oggi sua moglie. «questo mi porterà fortuna», disse John Ford, anche lui sull’Andrea Doria. Fu con me molto simpatico e amico, cercò di farmi capire cosa sarebbe successo di me in America. Un altro signore, dirigente di una delle più importanti riviste americane, mi dette ancora altri consigli con tale affettuosa cordialità che io quasi li imparai a memoria e alla fine aggiunse:«Sono sicuro che vi ameranno molto, gli americani. Saranno felicissimi di avere davanti ai loro occhi un essere vivo come voi, e poi sono tanti anni che vi aspettano!». «A me? Aspettano me?», pensavo io. «Questo è matto». In fondo in America sono andati soltanto due film miei: Roma, città aperta e Il Miracolo: non mi hanno avuto molto sotto gli occhi. «Vi mangeranno, però, non potrete fare a meno di fare tutto quello che vorranno loro. Buona fortuna, Anna!». I miei terrori rincominciarono. «Anna sii serena e brava» mi dissi.

Così, l’undici aprile fui buttata giù dal letto da Sandro Pallavicini che mi aveva raggiunta a New York in aereo. «Anna, dammi la mano ed esci con me, non ti spaventare, sono in tanti. Segui me». Io sapevo che saremmo sbarcati alle dieci e mezzo. Una motobarca con a bordo giornalisti, fotografi, Sandro Pallavicini, i rappresentanti dell’Italian Film Export da cui ero tutelata, avevano raggiunto il piroscafo due ore prima dello sbarco. E così cominciò. «Anna sorridere» e giù un lampo, tre, quattro, cinque, non ricordo più. «Anna saluta New York» e ancora un lampo. «Anna… Anna… Anna…». Erano ordini: cordiali, ma ordini. In mezzo a questa baraonda di lampi e di domande, una giornalista mi rivolgeva sempre la stessa domanda che io naturalmente non capivo. Gli altri seguitavano: «Miss Magnani, please, cosa è venuta a fare in America?». «Da dove viene, dal teatro o dalla rivista? ». «Cosa sente lei quando interpreta un suo personaggio?». «Quanto si fermerà in America?». «E’ vero che è venuta per lavorare in America?». «No,» rispondo io, «resterò a New York solo un mese, sono venuta per assistere al gala del mio film Bellissima diretto da Luchino Visconti». E così sbarcammo. All’uscita un gruppo di italo-americani era ad aspettarmi. Avevano scritto «Viva Anna Magnani» su uno striscione di tela che con due bastoni tenevano sollevato in alto. Una piccolissima bambina mi offrì un mazzo di fiori. Cara, sembrava una gattina! Mi si strinse il cuore, stetti un po’ con loro. «Anna com’è l’Italia? Anna, fatti vedere. Anna, dammi la mano». Care belle facce di casa nostra, avevano quasi tutti dimenticato la nostra lingua. Arrivammo in hotel. Crollai e mi svegliai alle nove di sera. Dopo un po’ che ero sveglia, come due spiritati entrarono in camera mia Sandro (Pallavicini) e Renzo (Avanzo). «Anna», mi dissero con gli occhi fuori dalla testa, «vedessi le bone che ci sono a New York! Vestiti! Usciamo!». Broadway era veramente uno spettacolo allucinante. Luci, luci, réclames luminose lungo le facciate dei grattacieli, dei cinema, dei mille teatri, luci che si accendono, che si spengono continuamente. Avevo il capogiro, non avevo visto niente di simile. Finimmo al Morocco, il locale di moda. L’indomani, domenica, mi riposai, e il lunedì si presentò da me Jonas Rosenfeld con il programma delle mie attività. Avrebbe spaventato un capo di governo in visita ufficiale. Dei più importanti giornalisti, colonnisti, fotografi, ecc., nessuno mi ha mai posto una domanda indiscreta. I nostri colloqui erano cordiali, amichevoli e in buona fede. E’ soprattutto di questo che sono loro veramente grata. «Anna, domani sera, dopo la televisione, Shirley Booth che oggi è la più grande attrice d’America», mi dice Natalia, «offre un cocktail in tuo onore. Jonas ti chiede se vuoi conoscere qualcuno in particolare». «Bette Davis». «E’ malata, ancora convalescente dall’operazione che ha avuto». Shirley Booth, questa grande attrice che con il suo ultimo film Come back, little Sheba ha vinto due Oscar, è nella vita di una semplicità che incanta. Fotografi, attori, attrici, eravamo circa trecento persone in un appartamento. «Anna, please, una foto con Lillian Gish». «Anna, una con Danny Kay». «Anna, questa è una delle più grandi scrittrici d’America». «Anna, questo è il regista». «Anna, guarda chi c’è, Dino De Luca». «Please, una foto, Miss Magnani!». Baci, abbracci, ero stordita e incantata da tanta accoglienza, da tanta affettuosa violenza.

E la sera, sola nel mio appartamento al 14° piano, dietro ai vetri della mia finestra, finalmente mi gustavo New York. Bella, bella, che spettacolo! Tutti quei grattacieli neri con tutte quelle finestre accese, duecento, ventimila, duecentomila occhi spalancati nella notte con un fondale di cielo blu scuro e ancora luci, luci, occhi, occhi insonni, occhi senza palpebre. E con questa visione nella mente andavo a dormire. Piano piano, man mano che il sonno arrivava, tutti quegli occhi si spegnevano dolcemente e, come per una dissolvenza cinematografica, vedevo, prima confusi e poi sempre più chiari, i tetti di Roma come la sera li vedo da casa mia. Un mare di tetti, alti e bassi, abbracciati tra loro, stretti fra loro e, in mezzo a questo mare, ecco sedute come tante matrone le Cupole della Sapienza, di Sant’Andrea della Valle, Castel Sant’Angelo e, più lontano ancora, il Gianicolo. E con Roma negli occhi mi addormentavo.

Bette Davis mi ricevette a letto, ci abbracciammo, parlammo insieme per più di un ora, sempre con la mia inseparabile Natalia che, quando non capivo, mi faceva da interprete, il che accadeva molto spesso. Volle sapere tutto di me, parlò della mancanza di libertà artistica che ha un’attrice in America, ne parlò con rammarico, ma non parlò per se stessa perché lei non fa che le parti che ama e le fa come le sente. Questa grande attrice ha nella vita, una vitalità che sconcerta, di fronte a lei mi sentivo un agnello. Seppi più tardi che aveva prestato la sua voce per presentare al pubblico americano Bellissima. La ringrazio oggi infinitamente dell’onore che mi ha fatto.

La mattina dopo, da Leone un famoso ristorante italiano, ero a colazione con circa venti critici americani. Era il mio ultimo impegno ufficiale. Cinque giorni dopo, avrei avuto il gala di Bellissima, ma i critici in America non intervengono mai, né ai gala, né alle visioni private. Vedono il film alla prima insieme al pubblico. Tutto andò bene, in un’atmosfera amichevole e cordiale. Verso la fine della colazione, nella grande sala da pranzo, ci fu un’invasione di camici bianchi, di cappelli da cuoco: era il personale del locale. Tutti italiani. «Viva Anna Magnani!», gridarono. Saranno stati quaranta, uomini e donne. «Dì loro qualcosa», mi sussurrò Natalia. Io guardavo i loro volti con tenerezza, gli occhi delle donne erano lucidi. Si fece un gran silenzio, chinai la testa per non commuovermi, per non piangere, ma gli occhi si riempirono ugualmente di lacrime, e piansi coprendomi il viso con le mani, piansi silenziosamente, impressionata dal silenzio che mi circondava. Quando alzai la testa non credetti ai miei occhi. Anche i critici, i duri critici americani, erano emozionati, e qualcuno di loro aveva gli occhi lucidi. «Siete una meravigliosa creatura», disse il più importante che sedeva alla mia destra. Baciai tutti i miei italiani. «Anna, salutaci l’Italia!», disse una donna con le lacrime sulle gote. «Anna, tu hai regalato la capra al paese mio, lo sai, quella del Miracolo». Un ragazzo, che avrà avuto diciott’anni, si fece prima rosso in viso, poi mi baciò quasi sulla bocca. Tutti scoppiarono in una fragorosa risata.

Quella sera alle otto il telefono squillò. «Sono Marlon Brando. Parlate inglese Miss Magnani?». «Poco». «Parlate francese, voi?». «Poco», rispose. «Andiamo bene», pensai. Natalia era andata a cambiarsi, mi sentivo perduta. Alla meglio cercammo di capirci. «Vorrei vedervi. Cosa fate domani sera?». «Purtroppo non potrò venire al vostro gala, ho già un impegno preso da parecchi giorni, ma cosa fate domani sera?». «I bauli», risposi io, «ma potete venire ugualmente alle otto a bere un whisky da me». E l’indomani sera Brando arrivò con un viso dolce e timido, e con una rosa infilata in un piccolo strumento africano. Ci guardavamo incuriositi. Pensavo di veder arrivare il Brando delle grosse interpretazioni, violento e profondo. E lui guardava me. «Pensavo di incontrare una donna alta e fatale, con una grande vestaglia», disse. Mi sentii imbarazzata. Ero tutta il contrario. «Lovely», aggiunse prendendomi le mani. E così, dopo il whisky, con me e Natalia al limite delle nostre forze, tutti e tre finimmo a cena al quartiere cinese in un piccolo restaurant. Brando era adorabile. «Buono, Anna?». «Buono», rispondevo io senza avere la più lontana idea di quello che stavo mangiando. «Adesso vi porto a fare una gita sul battello, scendiamo all'altro capo di New York». lo e Natalia ci guardammo terrorizzate, e sempre di corsa ci incamminammo a prendere il battello.

Il tutto per incanto divenne meraviglioso. New York si allontanava imbrillantata, non sentivamo nemmeno freddo, i nostri nervi cominciarono a rilasciarsi, e ci godemmo l'incantevole spettacolo di una serata in verità diversa dalle altre. Sembravamo tre ragazzi che avessero marinato la scuola. La stanchezza passò d'incanto. Rientrammo all'una. Fu quella una delle più belle serate passate a New York!

La sera della prima arrivò. Durante tutto il giorno mi ero preparata quattro, cinque frasi in inglese. Le ripetevo continuamente, in bagno, facendo le valigie. Ero proprio soddisfatta di me. «Che ce vo' a parlà inglese, quando uno sa quello che deve dì?». «Sentite», feci a Natalia e a Jonas quando vennero a prendermi. «No!», urlarono veramente sorpresi e divertiti. Erano felici di questa mia improvvisata e mi guardavano con una certa tenerezza. lo, dal canto mio, mi sentivo un po' come le ragazzine quando dicono la poesia a Natale.

Un'ora dopo, sul palcoscenico del Museo d'Arte Moderna, dopo il perfetto discorso del Direttore al pubblico per presentare me e il film, io feci la più bella figura da cane barbone che un'attrice possa fare.

Cominciai in inglese, seguitai in francese e finii in italiano. Ma il film fu un successo. Non credo di peccare di immodestia se faccio questa dichiarazione. Reputo sia un dovere verso me stessa, verso Visconti, mio regista e caro compagno di lavoro, e verso tutti quelli che hanno lavorato e collaborato nel film stesso. Penso sia un dovere soprattutto verso il mio pubblico, dare la cronaca esatta di quanto mi è successo in America.

Il giorno dopo partii. «Anna, good bye! », mi gridò un autista dal suo taxi. Non dimenticherò molto facilmente tutte le emozioni che ho provato a New York; non dimenticherò mai quello che ho ricevuto da questa sconcertante città dura e nello stesso tempo così umana.

Così, dopo esattamente un mese e dieci giorni, rientravo a Roma. Arrivai a casa mia: Micia mi divorò dalle feste, quasi impazzita, urlava, piangeva, rideva, mi deve aver raccontato tutti i suoi guai nel suo linguaggio, non l'avevo mai lasciata per tanto tempo. Spalancai subito le porte e dal mio terrazzo salutai Roma. Micia era vicina a me, anche lei guardava Roma, anche lei sembrava, dall'espressione dei suoi occhi, che la rivedesse dopo tanto tempo. Roma! Roma così diversa! Così maestosa, così dolce! La guardai bene a lungo, guardai tutti i suoi tetti, tutte le sue cupole, e più lontano ancora, il Gianicolo; tutto guardai.

Non avevo dimenticato nemmeno il più piccolo tetto, le sere che mi addormentavo a New York con Roma negli occhi.”

Eh sì, questo lavoro di emozioni te ne dà tante… ma io ogni tanto ho bisogno di staccare, di ritrovare me stessa.

“Io la nevrosi del lavoro non ce l’ho, sono all’antica io, non ho bisogno di occupare continuamente il mio tempo come fanno tanti perché hanno paura di pensare o di restare soli con se stessi, perché nella vita non hanno altro e se gli si rompe il ritmo del lavoro crollano come stracci bagnati. Sto tanto bene senza lavorare, io. Mi diverto con le persone che amo, mi occupo dei miei affari, dormo quelle nove dieci ore per notte che mi sono assolutamente necessarie, leggo, guardo la televisione, sto con i miei animali, passeggio nei giardini della villa al mare, che è la mia vera casa e che mi piace moltissimo. Non ho certo bisogno del lavoro come antidoto al veleno della noia: perché dovrei lavorare, allora? Per farmi vedere, per vanità? Sono ambiziosissima, certo. Voglio avere successo, voglio che la gente mi ammiri: a chi non piace essere amato, apprezzato, stimato? Ma vanitosa non sono. Lavorare per stare alla ribalta, per esserci? Io ci voglio essere, ma bene; se no è inutile che ci stia. Niente al mondo mi compenserebbe… io ho fatto Roma, città aperta ho fatto L’Amore, ho fatto Bellissima, ho fatto la Rosa Tatuata, ho fatto Mamma Roma… All'inizio, il rapporto con Pier Paolo è stato difficile, ma ben presto sono subentrate la cordialità e l'amicizia, come accade tra persone intelligenti e che si capiscono, e sono stata felice di lavorare con quei personaggi straordinari, soprattutto perché, se è possibile, preferisco lavorare con i non attori.

Molta gente ha parlato del ritorno di Anna Magnani, ma non c'è nulla di straordinario nel fatto di avere accettato di interpretare un ruolo in Mamma Roma a due anni dal mio ultimo film. Non ho mai girato più di un film ogni due anni, altrimenti sarei ricca e invece non lo sono. Ho fatto soltanto i film che mi interessano, che giudico adatti a me. E questo malgrado continuino a offrirmi molti ruoli. L'incontro con Pier Paolo? Ero a Venezia con Castellani, la sera della prima di Il brigante. Ho visto Accattone e ne sono uscita sconvolta. Avevo incontrato Pasolini per caso, una volta, da Elsa De' Giorgi, mi aveva detto che pensava a una storia che sarebbe diventata quella di Mamma Roma. Me ne ha parlato e mi ha proposto di recitare nel film. Dopo la proiezione di Accattone al Palazzo del Cinema, c'è stato l'incontro definitivo. Una sera, in macchina, dopo aver cenato, Pasolini mi ha detto qual era il vero volto di Mamma Roma. Così è nato il film.

Ho fatto Abbasso la ricchezza, L'onorevole Angelina... E allora? Erano personaggi deliziosi, autentici, scritti per me. Comici, e con ciò? Non ho mica detto che voglio fare soltanto la tragica. Per carità. Ma voglio personaggi nei quali poter credere, a cui il pubblico possa credere. Personaggi ben costruiti, senza squilibri di artifici e fasullaggini. Veri.Veri vuol dire personaggi presi dalla vita; nella vita, troppi ce ne sono di personaggi a cui ispirarsi! Personaggi nelle cui emozioni e avventure la gente possa riconoscersi, ritrovarsi, e a cui io possa dedicarmi con sincerità, con slancio, con amore.

Queste sono tutte cose che assolutamente non voglio compromettere. Non voglio rovinare una vita di lavoro che è stata tanto bella, tanto importante. Non voglio sputtanare il mio nome. Ci tengo al rispetto, all’amore che il pubblico ha per me, all’immagine che io rappresento per la gente. E dovrei insudiciare tutto soltanto per la smania cretina di restare in ballo? Se restare in ballo vuol dire interpretare personaggi indegni di me allora la Magnani non balla più”.


Da sempre circola la voce che ho cattivo carattere, si parla di me come una maschera tragica, “come ve lo devo spiega’ che so’ allegra, che ho la ruzza, che rido, che essere la Magnani mi diverte da mori’. E gongolo tutta se la gente mi riconosce per strada, se il vigile urbano mi dice continuando a dirigere il traffico:«Ciao Nannare?!» Insomma: è la stessa storia di quando la gente si meraviglia perché la mia casa è piena di buon gusto e di libri. Ma quante volte ve lo devo spiega’ che non son stata raccattata per strada”. Certo ho pochi amici, ma quei pochi sono veri. Me li sono scelti. Quanta gente incontriamo nella vita e quanta ce ne lasciamo indietro. Sono pochi perché “in un modo o nell’altro riescono sempre a ferirmi, o a tradirmi: ed esser traditi in amicizia è molto peggio che esser traditi in amore. Per il mio prossimo perdo un sacco di tempo, cerco sempre di fare del bene, anche se non è un bene da monumento equestre: ma tutto sommato ci comprendiamo pochino. Succede così raramente di incontrare una persona umana tra il prossimo. Sono più umane le bestie degli uomini ed ogni qualvolta mi accorgo di questo, mi viene una tal voglia di andarmene, ritirarmi in campagna, dove nessuno mi veda, tra i cavalli, tra i polli… Ah!, che meraviglia non usar più le automobili, non sentire la puzza, non subire più la gente, stamani in Via del Tritone per poco non svengo, c’era un ingorgo, e quel fracasso di clacson, quella puzza di benzina, e quella mancanza d’aria”.

Con il passare degli anni i tempi sono cambiati, la gente è cambiata, gli sceneggiatori e i registi sono cambiati. Le storie che mi offrono non mi interessano più. Mi sembrerebbe di tradire me stessa accettando questi ruoli che mi vengono proposti, dopo aver interpretato personaggi come Pina in Roma città aperta, come Maddalena Cecconi in Bellissima e Egle in Nella città l’inferno. Quello di Egle, dopo quello di Pina, “mi sembra il più vero, il più autentico. Con un solo difetto: che subisce un’evoluzione psicologica verso la facile bontà, troppo simile al solito happy end. Invece doveva essere alla fine come era al principio: una donna mostro, piena di tutto il male di oggi. Senza riserve e senza pentimenti. Vera. Non un mostro da film giallo o da film dell’orrore ma nel senso che abbia in sé e possa esprimere tutti i furori, i disagi, gli scontenti del nostro tempo e, soprattutto, delle donne del nostro tempo, perché le donne sono quelle che, più di ogni altro, sentono le sfasature e le fratture di questa nostra epoca di transizione, in cui non siamo più né carne né pesce, in cui, pur sapendo esattamente quello che lasciamo non abbiamo ancora la percezione esatta di quel che potremmo trovare. Un mostro ma con amore. Tutto il teatro americano del resto, è pieno di storie d’amore con al centro dei mostri. Tennesse Williams che ha capito quello che io vorrei dire, ha scritto per me tre drammi (La rosa tatuata – Selvaggio è il vento – Pelle di Serpente) proprio in questo ambito, con questo scopo. Ed è questo teatro, di Williams o di altri, che io vorrei mettermi a portare in giro per le scene italiane. Il teatro mi ha dato delle soddisfazioni che il cinema da un pezzo non mi dava più. E’ stata in fondo abbastanza singolare la mia avventura con il cinema. Non lo dico per quelle presunte rivalità con altre attrici che, anche in questi ultimi tempi, sono state ampliate e colorite da certa stampa; quelle che servono solo a mettere in moto, a favore di qualcuno che non mi interessa, delle macchine pubblicitarie che non mi riguardano; no quello che nel cinema mi ha deluso è il fatto che, soprattutto, oggi, per poter dire quello che uno sente e vuole con un film, deve passare attraverso una lunga trafila di gente che, il più delle volte, non sente come noi: produttori, sceneggiatori, registi, i quali, anche nel migliore dei casi, prima di dire sì e prima dimettersi all’opera, si chiedono se quanto è loro proposto si accorda con i miti del giorno; e siano questi miti i film sexy o siano gli “007”, se uno non li rispetta, il cinema non lo fa. Per questo, da anni, io dico no a tanti film, non solo italiani ma anche americani”. Tra i tanti copioni sia italiani che inglesi “non ce n’è uno che m’interessi, non ce n’è uno che mi permetta di dire quello che voglio dire. Il teatro, invece, è lì, pronto a offrirmi tutta una serie di personaggi che sembrano servire non solo tutte le mie possibilità, ma anche tutte le mie necessità di parlare di certi argomenti, di trattare certi temi. Come La Lupa, ad esempio, ma come La Lupa ce ne sono tanti altri. E non me li lascerò sfuggire…” Con certi registi tornerei al cinema. “Rossellini a volte non lo sapeva nemmeno lui quanto era bravo al cinema. Sono certa che insieme potremmo fare ancora un film importante, moderno. Gliel’ho detto, mi ha risposto che era d’accordo, ma non mi è facile credergli e finirà, così, che non ne faremo nulla”.


“Di errori ne ho fatti parecchi, di cattive azioni mai. Non dimentico i torti subiti, spesso non li perdono, ma non mi vendico: la vendetta è volgare come il rancore. Questo mi dà una tal forza da leoni. Una forza che non mi fa avere paura di nulla.” Nemmeno di invecchiare. Certo “a condizione che non mi invecchi il cervello. Le grinze in faccia sono sopportabili. Soprattutto se si è goduto abbastanza quando non c’erano. Ma le grinze al cervello, che orrore!... Ci penso sempre alla morte. E’ così ingiusto morire dal momento che si è nati. Morire è finire: perché si deve morire? Un uomo dovrebbe finire quando decide di finire, quando è stanco, pago di tutto, non prima. Oddio, c’è una tale sproporzione tra la dolcezza con la quale si nasce e la fatica con la quale si muore. Nascere è quattro strilletti sani e gioiosi, morire è tragedia. Si dovrebbe almeno morire con la stessa dolcezza e incoscienza con la quale si nasce. Forse sarebbe più giusto nascere vecchi e morire bambini.

Quando muoio, quando la gente pensa a me deve sapere che la Magnani non gli ha mai mentito. Deve essere sicura che la Magnani non l’ha mai tradita. E che la Magnani non ha mai tradito se stessa.

Se la morte mi spaventa ancora un po’, è perché sono come Don Chisciotte e vorrei che ciascuno potesse essere se stesso per poter poi morire in pace. Quello che mi atterrisce è di sparire da un momento all’altro, improvvisamente, senza essere riuscita a sapere chi era veramente la Magnani o, meglio, chi era la piccola Anna. Ma lo so chi era. Una piccola bugiarda che viveva nel sogno per non dover affrontare la realtà. Senza madre, senza padre, mi sono trasformata in formica. Ho recitato la parte dell’aggressiva, ma non lo ero. Di qui le mie collere. Ho recitato la parte della pavida quando ero invece un leone. Di qui le mie collere. Ho recitato la parte della coraggiosa quando invece ero un agnello. Di qui, ancora, le mie collere. Povera pazza! Se oggi dovessi morire, sappiate che muoio ricca perché ho capito tutto questo. Sappiate che le mie collere erano solo rivolte contro di me. Ho anche capito che non ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di meno. Per tutta la vita ho urlato con tutta me stessa per quella lacrima, ho implorato quella carezza. Se oggi dovessi morire, sappiate che ci ho rinunciato. Ma mi ci sono voluti tanti anni, tanti errori. Ho lavorato molto per prepararmi. Ho lottato, ho urlato alla vita, e oggi posso sorridere alla morte. Non mi inchinerò all’ultimo momento davanti a un Crocifisso. Lo guarderò come un altro me stesso che è morto solo perché un giorno su questa terra nessuno possa più mentire”.

 

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